Uccisi perché reclamavano condizioni di lavoro più dignitose

Uccisi perché reclamavano condizioni di lavoro più dignitose

A Pietrarsa i bersaglieri spararono ad altezza d’uomo uccidendo 4 operai: era il 6 agosto del 1863

Ai primi di maggio del 1886, a Chicago, si tenne un raduno di lavoratori e di attivisti anarchici che stavano supportando lo sciopero dei dipendenti della Mc Cormick, fabbrica di macchine agricole, che protestavano per l’eccessiva lunghezza dei turni di lavoro. Una protesta che, ad onor del vero, stava paralizzando l’intera nazione, con i lavoratori che chiedevano la riduzione delle ore di lavoro da sedici a otto. Le forze dell’ordine, che erano state chiamate a disperdere la manifestazione considerata sovversiva, fecero fuoco sugli scioperanti uccidendone due e ferendone molti altri. Da questo episodio trae origine la “Festa del Lavoro” che si celebra in tutto il mondo il primo maggio. In Europa la festa nacque a Parigi il 20 luglio del 1889 mentre nel nostro paese fu introdotta l’anno successivo. Negli Stati Uniti, invece, il “Labor Day” si celebra ogni anno il primo lunedì di settembre. Come si può notare, dunque, la festa del primo maggio è stata istituita in seguito ad un accadimento tragico nel quale alcuni operai americani hanno perso la vita per reclamare un loro sacrosanto diritto. E questo accadeva nel lontano 1886. Quanti però sanno che un qualosa di  molto simile è accaduto anche da noi, in Italia, e, per giunta, una ventina e più di anni prima dalla cosiddetta “rivolta di Haymarket”? Alzi la mano chi conosce la storia, anch’essa drammatica, che andiamo ora a raccontare. Ma per farlo dobbiamo, per forza di cosa, dare un sia pur sintetico ragguaglio storico. Una delle prime preoccupazioni di Ferdinando II di Borbone, dal 1830 re di Napoli, fu quella di varare un poderoso piano industriale destinato a svincolare il suo regno dalla dipendenza tecnologica inglese. I risultati non tardarono ad arrivare. Nell’ottobre del 1839 fu inaugurata la tratta ferroviaria Napoli-Portici, di soli 7 km e mezzo, ma la prima in Italia. Già da qualche anno, poi, a Torre Annunziata, funzionava a pieno regime un’officina che produceva materiale meccanico (proiettili, affusti per cannoni, macchine a vapore) destinato all’esercito e alla marina militare. Qui lavoravano operai specializzati che niente avevano da invidiare alle maestranze di tutta Europa. Per non disperdere cotanta professionalità il re pensò di ingrandire la fabbrica spostandola a Portici. Nacque così, nel 1837, proprio in riva al mare, il “Reale Opificio di Pietrarsa” che sfornava prodotti in ghisa ma, soprattutto, macchine e locomotive a vapore. L’entrata in funzione della strada ferrata, poi, favorì non poco lo sviluppo del sito industriale: il materiale da lavorare, infatti, poteva giungere in loco via mare e via terra, servendosi, appunto, della ferrovia. In poco tempo Pietrarsa, grazie anche ad una rigorosa politica protezionistica, diventò il primo nucleo industriale della Penisola precedendo, e di parecchi anni, colossi quali Fiat, Breda o Ansaldo. Nel momento del suo massimo fulgore l’opificio dava lavoro a 850 operai, molti dei quali specializzati. Poi, però, come un fulmine a ciel sereno, le cose nel meridione d’Italia presero una piega inaspettata. Nel 1860 dal nord scese Garibaldi e poi l’esercito di Vittorio Emanuele II di Savoia. I Borbone furono costretti alla resa e a cedere il passo ai piemontesi. Lo stato sabaudo inglobò con la forza delle armi la parte meridionale dello Stivale e nacque il Regno d’Italia. Il che per la popolazione del Sud non fu un grande affare. E la lotta aspra e senza quartiere che infuriò per un lungo decennio in quelle lande, fu uno dei segni più evidenti del malcontento diffuso e della cupa disperazione che colpì quelle genti. Anche l’industria dovette fare i conti con il nuovo scenario. Il governo piemontese non aveva alcun interesse a mantenere in vita il sistema creato dai Borbone che, presentando punte di vera eccellenza (si pensi, accanto a Pietrarsa, ai lanifici e alle cartiere della valle del Liri ma anche agli impianti siderurgici di Mongiana, sulle serre calabre), arrecava non poco fastidio agli stabilimenti dell’Italia settentrionale. Per questo si decise di privatizzare Pietrarsa svendendola a tale Iacopo Bozza. Fu l’inizio della fine. Il nuovo proprietario diminuì la paga degli operai portandola da 35 a 30 grana al giorno. In breve lasso di tempo, con una drastica politica di licenziamenti, di 850 dipendenti ne restarono solamente la metà. Il malumore dei lavoratori montava poderoso fino a che giunse il 6 agosto del 1863. Di fronte all’ennesimo sopruso della proprietà, alle tre del pomeriggio, qualcuno fece suonare a distesa la campana della fabbrica. Alcune centinaia di operai, abbandonato il posto di lavoro, si radunarono nel cortile lanciando urla e parole di disapprovazione nei confronti del padrone. Spaventato Bozza si precipitò a chiedere l’intervento dei bersaglieri di stanza a Portici. I militari, in breve tempo, giunsero davanti allo stabilimento e, superato il cancello, baionetta in canna, si lanciarono sugli operai menando fendenti e sparando ad altezza d’uomo. In quel caldo pomeriggio d’agosto morirono 4 operai mentre altri 20 riportarono ferite più o meno gravi. Dopo quel tragico accadimento si decise di concedere la gestione dell’opificio alla “Società Nazionale di Industrie Meccaniche”. Ormai, però, la gloriosa fabbrica aveva intrapreso la strada del declino. Nel 1875 erano rimasti solo 100 operai. Eppure, appena due anni prima, una locomotiva costruita a Pietrarsa aveva vinto la medaglia d’oro all’esposizione universale di Vienna. Qualche tempo dopo lo Stato, per non chiudere lo stabilimento, decise di assumerne la gestione. Dopo la seconda guerra mondiale la crisi si accentuò ulteriormente fino a che, nel 1975, fu varata la definitiva chiusura. Oggi quello che fu il glorioso “Opificio Reale di Pietrarsa” è diventato la sede di un museo ferroviario. Pochi, però, ricordano la triste sorte di quegli operai spazzati via dai proiettili e dalle baionette dei bersaglieri soltanto per aver osato reclamare un sacrosanto diritto: la tutela del posto di lavoro. Tale evento, anzi, è sconosciuto ai più. Anche a quelli che sono soliti festeggiare con tanta enfasi e tripudio il primo maggio, icona intoccabile dei lavoratori. Un’ultima annotazione. Molti dei morti e dei feriti di quel 6 agosto 1863 furono colpiti alla schiena o alla nuca mentre cercavano di mettersi in salvo. Davvero un atto eroico da parte dei militi piemontesi che non si fecero scrupolo di aprire il fuoco su inermi operai. Forse credevano, come ha scritto Antonio Ghirelli, di trovarsi ancora alla Cernaia. Eppure ci fu chi, proprio grazie a quell’orribile misfatto, fece carriera. Stiamo parlando del questore di Napoli Nicola Amore che, invece di essere sollevato dall’incarico e sottoposto a processo come avrebbe meritato, nel 1866 fu nominato direttore della Pubblica Sicurezza. In seguito fu anche senatore del Regno e sindaco di Napoli. Nel nostro bel paese accadono cose davvero strane: mentre a Nicola Amore sono state dedicate piazze e innalzati monumenti (la celebre Piazza Quattro Palazzi, lungo Corso Umberto, a Napoli, porta anche il suo nome, così come un busto marmoreo di cotanto eroe fa bella mostra di sé nei giardini di Piazza della Vittoria), nessuno ricorda l’eccidio di Pietrarsa e i nomi di quei quattro operai che lì persero la vita. Un’altra colossale ingiustizia della nostra storia che si dovrebbe avere il coraggio di rimuovere una volta per tutte. E allora è cosa buona e giusta ricordare i nomi di quei poveretti uccisi perché reclamavano condizioni lavorative migliori e un salario più equo: Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Era l’anno del Signore 1863, il 6 di agosto. Il giorno dei “martiri di Pietrarsa”. Facciamo in modo che il loro sacrificio non sia stato inutile e, soprattutto, cerchiamo di non relegarli, com’è stato fatto per un lungo secolo e mezzo, nella nebbia fitta ed impalpabile del dimenticatoio.

Colui che non sa darsi conto di tremila anni
rimane nel buio e vive alla giornata
J.W. Goethe

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