Quel Generale di cartapesta che brucia tra le fiamme di Carnevale

Quel Generale di cartapesta che brucia tra le fiamme di Carnevale

Il Carnevale di Frosinone è conosciuto specialmente per due elementi: il primo è la “ràdeca”, una verde foglia di agave con la cui punta si tocca la testa dei forestieri venuti in città a festeggiare. Si tratta di uno strano rito che si fa risalire assai indietro nel tempo, alle cerimonie che, prima in Grecia e poi a Roma, si celebravano in onore del dio Priapo, simbolo di fecondità. In tali feste il fallo diventava oggetto di culto ed era utilizzato come monile da portare al collo o al braccio e finiva per diventare un potente amuleto contro invidia e malocchio. Il secondo elemento è un gigantesco pupazzo di cartapesta, la statua del Generale, che alla fine del periodo carnevalizio viene dato alle fiamme tra lo schiamazzo dei presenti. Ma chi è questo curioso personaggio vestito con una rutilante uniforme? Si tratta del generale francese, anzi, per meglio dire, giacobino, Jean Antoine Etienne Vachier, detto Championnet, che tra il 1798 e il 1799 molto si dette da fare sia nel versante pontificio dell'attuale provincia di Frosinone che in quella porzione di Lazio meridionale incorporata nel Regno di Napoli ossia l’alta Terra di Lavoro. Da comandante dell’armata transalpina di Roma, dove era stata proclamata la repubblica con l’esautorazione del pontefice Pio VI, agli inizi del 1799 marciò con i suoi uomini alla volta di Napoli impadronendosi, quasi senza colpo ferire, del regno borbonico. Championnet era un giovane (era nato a Valence nel 1762) ma valente ufficiale, che molto si era distinto nel reprimere la rivolta antigiacobina scoppiata nel dipartimento del Circeo nell’estate del 1798. E la stessa cosa fece a Napoli quando impiegò tre giorni per mettere fine alla disperata resistenza dei “lazzari” che si immolarono a migliaia nel disperato tentativo di impedire ai francesi l’accesso nella capitale del Regno (21-23 gennaio 1799). Tornando a Frosinone si racconta che la popolazione, oppressa da tasse elevatissime, prese le armi e scacciò la guarnigione transalpina. La reazione fu durissima: la città fu saccheggiata e i capi della rivolta fucilati (luglio 1798). Qualche mese dopo, durante il periodo di Carnevale, i frusinati pensarono di giocare ai francesi un tiro mancino. Inviarono alcuni messi ad Anagni annunciando che la città si era ribellata di nuovo. Championnet allora decise di intervenire in prima persona alla testa del suo esercito. Intanto una grande folla si era riunita sulla strada proveniente da Anagni, alle porte del paese, per attendere l’arrivo del generale e, ogni qualvolta si sentiva in lontananza gli zoccoli di un cavallo, la gente gridava: “Esseglie, esseglie...”. Quando Championnet raggiunse Frosinone fu circondato da un popolo festante che niente aveva di bellicoso. Capì subito di essere stato preso in giro, di essere rimasto vittima di una carnevalata e allora decise di fare buon viso a cattivo gioco, bevendo vino rosso e mangiando i “fini fini” assieme agli abitanti di Frosinone. Il periodo che vide Championnet rimanere nell'Italia centrale tra Roma e Napoli, non fu sicuramente dei migliori per la nostra gente. Anche perché la violenza, spesso gratuita, degli invasori giacobini la fece da padrone. Basti pensare a ciò che accadde il 13 maggio del 1799 a Isola Liri quando furono ammazzate ben 537 persone, delle quali 350 si erano ritirate a pregare nella chiesa di San Lorenzo.  O ai sei monaci di santa vita uccisi a sciabolate nell’abbazia di Casamari. Championnet non fu tra gli ufficiali giacobini più violenti e crudeli, anche se quando si trattava di curare gli interessi della madrepatria non era solito andare troppo per il sottile. Il generale, infatti, era un militare tutto d’un pezzo che sapeva riconoscere il valore degli avversari. Come quando ebbe parole di sincero elogio per i “lazzari” che si comportarono da eroi al Ponte della Maddalena e a Porta Capuana. Non era poi di quelli che piegavano la testa ottusamente davanti a ordini o a direttive che non condivideva. Un carattere forte, insomma, spigoloso, che gli procurò non poche inimicizie. Ecco perché nel febbraio del 1799, pochi giorni dopo l'ingresso dei giacobini a Napoli, fu richiamato dal Direttorio a Parigi per rendere conto del suo operato nella campagna d’Italia. Giunto in Francia fu tratto in arresto e messo sotto processo. Gli si rimproverava soprattutto di aver consentito la nascita della repubblica in quel di Napoli, cosa che il Direttorio aveva sempre e convintamente osteggiato. Championnet, però, non era abituato ad arrendersi senza lottare e riuscì in breve tempo a dimostrare la sua estraneità ai reati (malversazioni e ruberie) che gli venivano pretestuosamente contestati. E così, dopo qualche mese, fu inviato di nuovo nella Penisola, a capo della “Armata delle Alpi”, con il compito di contrastare la coalizione austro-russa. D’altro canto anche nel poderoso esercito napoleonico, il più potente del mondo, era difficile trovare un generale del valore di Championnet. Che, ancora una volta, si batté con grande valore contro i nemici. Le sue truppe, però, furono decimate da una virulenta epidemia di tifo. Il 4 novembre del 1799, a Genola, nei pressi di Cuneo, fu duramente sconfitto. Colpito dal tifo che aveva falcidiato il suo esercito, Championnet morì ad Antibes, in Francia, il 9 gennaio del 1800: aveva soltanto 38 anni. Ecco svelato dunque chi è quel pupazzo vestito da generale che viene portato in corteo e poi bruciato a Frosinone nella Piazza della Prefettura, nel cuore del centro storico. Un personaggio realmente esistito e non una fantasiosa maschera di Carnevale. Che a Frosinone, anche per questo, assume una chiara caratterizzazione storica.  

Colui che non sa darsi conto di tremila anni
rimane nel buio e vive alla giornata
J.W. Goethe

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