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Più di mille giorni per eleggere il Papa

Più di mille giorni per eleggere il Papa

Morto Clemente IV nel 1268, solo nel 1272 Gregorio X poté sedersi sul soglio di Pietro

Anno del Signore 1268: il 29 novembre, a Viterbo, morì il papa Clemente IV. Il Sacro Collegio composto da 19 cardinali (oggi sono 135) si riunì per eleggere il nuovo romano pontefice. Il consesso, però, era diviso in due fazioni: da un lato c'era la parte guelfa e filo angioina che poteva contare su 7/8 voti. Sull'altro versante il partito ghibellino e filo imperiale che di voti ne aveva una decina. Di questi ultimi, peraltro, due vennero a mancare durante la lunghissima fase del conclave. E, come se non bastasse, a rendere ancora più complicata la scelta del nuovo papa, furono i conflitti personali e le divisioni esistenti fra i cardinali, che avevano dato vita a quattro gruppi contrapposti.

Clemente IV

Clemente IV (1190-1268)

 

E poi c'era da considerare il clima pesante che si respirava: il 29 ottobre del 1268, Carlo d'Angiò aveva fatto decapitare a Napoli il sedicenne Corradino di Svevia, ultimo erede degli Hohenstaufen, e il papa, il debole Clemente IV che sarebbe morto di lì a breve, non riuscì ad evitare il misfatto anzi, secondo alcuni, fu connivente con il sovrano angioino. E non fu questo l'unico fatto di sangue che condizionò pesantemente il conclave. Il 13 marzo del 1271, quando i cardinali ancora non avevano trovato la quadra sul nome del nuovo papa, Enrico di Cornovaglia, nipote del re d'Inghilterra Enrico III, mentre assisteva alla messa nella chiesa di San Silvestro, a Viterbo, durante la sosta del corteo funebre che riportava in Francia i resti del re Luigi IX morto a Tunisi nel corso dell'ottava Crociata, fu barbaramente assassinato dal cugino Guido di Montfort, vicario di Carlo d'Angiò per la Toscana. Tale delitto fu perpetrato per vendetta: qualche tempo prima, infatti, il re d'Inghilterra aveva ucciso il padre e un fratello di Guido nella battaglia di Evesham (4 agosto 1265), mutilando orrendamente i loro cadaveri. Enrico di Cornovaglia cercò di rifugiarsi sull'altare ma fu finito a colpi di spada e rimasero uccisi anche due chierici che assistevano il sacerdote nella celebrazione della messa. Un episodio che destò molto scalpore in tutta Europa non solo per la profanazione del luogo sacro ma anche perché consumato mentre a Viterbo era in pieno svolgimento il conclave. Così grande scalpore che Dante Alighieri lo ricordò nel XII Canto dell'Inferno: “Mostrocci un'ombra da l'un canto sola / dicendo: Colui fesse in grembo a Dio / lo cor che 'n su Tamisi ancora si cola”. Ossia: (il Centauro) ci mostrò un'ombra isolata da un lato, dicendo: “Quello (Guido di Montfort) trafisse in chiesa il cuore che ancora oggi si venera sul Tamigi (Enrico di Cornovaglia)”. Il periodo, quindi, non era assolutamente dei migliori e questo rendeva la scelta ancora più complicata. All'inizio le votazioni si svolsero nella cattedrale di Viterbo, seguendo la tradizione che voleva che le elezioni si tenessero nella chiesa più importante della città dove era venuto a mancare il precedente papa. I cardinali si recavano in chiesa una volta al giorno per votare e poi facevano ritorno nei loro alloggi. Ma l'accordo mancava e le “fumate nere” continuarono a susseguirsi l'una dopo l'altra per un anno. Ad un certo punto tutto sembrava risolto: il nome giusto era quello di Filippo Benzi, Priore Generale dell'Ordine dei Serviti, religioso di santa vita che sarà canonizzato da Clemente X nel 1671. A quanto pare, però, saputa la notizia, il frate scappò di corsa e andò a rifugiarsi in una grotta sul monte Amiata. Da tenere presente che a Viterbo, mentre si svolgeva il conclave, soggiornavano, per tenere sotto controllo i lavori elettorali, sia Carlo d'Angiò che Filippo III di Francia. Ma i veti incrociati avevano provocato una fase di stallo dalla quale era difficile uscire. Ciò nonostante Bonaventura da Bagnoregio, Generale dell'Ordine Francescano (ad un certo momento il Sacro Collegio pensò che potesse essere lui il nuovo papa ma il frate stroncò sul nascere qualsiasi possibilità) esortasse i cardinali con i suoi sermoni veementi a prendere in fretta una decisione. E, a quanto sembra, fu proprio fra Bonaventura che per primo suggerì di scegliere il nuovo papa al di fuori del collegio cardinalizio, in modo tale da superare l'impasse. Intanto la popolazione di Viterbo iniziava a rumoreggiare e a spazientirsi. Temendo che potesse esserci una sollevazione, il podestà Alberto di Montebuono e, soprattutto, il capitano del popolo Raniero Gatti, per eliminare tutte le pressioni esterne che puntualmente giungevano ai cardinali, il primo giugno del 1270 ordinarono di chiudere le porte della città. Fecero poi condurre i cardinali con la forza nella grande sala del Palazzo dei Papi e li chiusero dentro fino a quando non avessero eletto il nuovo papa. Furono, insomma, “clausi cum clave”, da cui il termine “conclave” oggi diventato di uso comune. Ma neanche ciò riuscì a smuovere la stasi, con i porporati che restavano ostinatamente fermi sulle loro posizioni senza raggiungere alcun accordo. Si pensò allora di inasprire le misure, riducendo loro le porzioni di cibo. Subito dopo Raniero Gatti ordinò di scoperchiare una parte del tetto del palazzo: pare che la cosa fosse stata suggerita da un cardinale inglese, Giovanni da Toledo, per indurre lo Spirito Santo a calarsi più facilmente in quella stanza senza trovare l'ostacolo del tetto. Non sappiamo quando effettivamente sia durata la segregazione dei cardinali: forse soltanto pochi giorni perché, a quanto pare, pur restando in vigore il divieto di uscire, fu consentito loro di occupare anche le altre stanze del palazzo. Intanto dopo l'uccisione di Filippo di Cornovaglia, Filippo III, indignato per l'inaudito assassinio, lasciò la città e tornò in Francia portandosi dietro il suo corpo. E poco dopo la stessa cosa faceva Carlo d'Angiò: Filippo di Cornovaglia, infatti, era suo parente e anche l'omicida era un suo congiunto e, per di più, membro autorevole della sua corte. Una situazione spiacevole che rendeva impossibile la sua permanenza in città. Sarà stata la partenza dei due sovrani che li liberava dall'assillo, saranno state le durissime prediche di frate Bonaventura oppure le ferree misure restrittive varate dal capitano del popolo, fatto sta che nel settembre del 1271 i cardinali presero una decisione certamente non usuale: quella di delegare ad una commissione composta di sei porporati (Guidone de Castella, Riccardo Annibaldi, Simone Paltanieri,  Giacomo Savelli, Ottaviano Ubaldini e Giovanni Gaetano Orsini) la scelta del nuovo papa entro il termine massimo di due giorni. La singolare trovata ebbe pieno successo e ciò che non era stato fatto per tanti mesi, si risolse in poche ore.

GregorioX

Gregorio X (1210-1276)

La scelta ricadde su Tebaldo Visconti, nobile piacentino, stimato da tutti per la sua onestà e saggezza, collega di Tommaso d'Aquino all'Università di Parigi. C'era, però, una difficoltà di non poco conto: il Visconti non era né cardinale né sacerdote ma aveva soltanto ricevuto gli ordini minori. Per di più in quei giorni si trovava a parecchi chilometri di distanza, al seguito di Edoardo I d'Inghilterra, a San Giovanni d'Acri, in Terrasanta, dove si stava svolgendo l’ultima Crociata. Avvisato della nomina, Tebaldo Visconti si mise in cammino per Viterbo dove giunse il 10 febbraio del 1272. Il 13 marzo fu ordinato sacerdote e poté recarsi a Roma dove il 27 marzo dello stesso anno andò a sedersi sul soglio di Pietro con il nome di Gregorio X.  Due anni dopo, nel Concilio di Lione, con la Costituzione Apostolica “Ubi Periculum”,  memore di ciò che era accaduto a Viterbo (il periodo di sede vacante si era protratto per ben 1006 giorni), modificava le regole del conclave. Si stabiliva che dopo tre giorni dall'inizio il cibo fosse ridotto a un solo piatto per pranzo e cena. Dopo altri cinque giorni era concesso solo acqua, pane e un po' di vino. Nella speranza che i morsi della fame o della sete inducessero i cardinali a più miti consigli e, soprattutto, a fare in fretta. Sanciva, altresì, la segregazione dei cardinali in una sala comune, senza avere contatti con il mondo esterno. Per i trasgressori era prevista la scomunica, la privazione dei pubblici uffici e l'attribuzione del titolo di “infami”. Questa serie di norme particolarmente rigide furono applicate e sospese più volte fino a quando, nel 1298, il papa anagnino Bonifacio VIII le ripristinò nella sua interezza, inserendole nel Codice di Diritto Canonico. E oggi, in linea di massima, eliminate le progressive restrizioni cibarie e l'attribuzione del titolo di “infame”, tali norme vecchie di ottocento anni, continuano a regolamentare lo svolgimento di ogni conclave.

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