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Montecassino, un inutile crimine di guerra

Ci voleva “The day of battle: the war in Sicily and Italy 1943-1944”, il libro del premio “Pulitzer” Rick Atkinson, figlio di un ufficiale dell’esercito statunitense, per far capire al mondo intero quanto inutile, dannosa e criminale sia stata la distruzione dell’abbazia di Montecassino da parte degli alleati nel corso dell’ultima guerra.

Così come fallimentare si sia rivelata l’intera campagna d’Italia portata avanti all’insegna dell’improvvisazione e del pressappochismo, tanto che nel corso di quasi due anni, 608 giorni per la precisione, persero la vita ben 312.000 alleati. Eppure di fronte alle 22 divisioni tedesche si trovava un milione di soldati tra americani, inglesi, francesi, polacchi, nord-africani, australiani, neozelandesi, indiani e chi più ne ha più ne metta. Una lotta impari che si sarebbe dovuta concludere in breve tempo e che, invece, si trascinò stancamente per più di venti mesi. E a rimetterci fu soprattutto la popolazione italiana sottoposta ad un interminabile martirio del quale ancora oggi resta difficile determinare l’esatta portata. Alcuni sintetici riscontri di carattere temporale renderanno più comprensibile il discorso. Il 10 luglio del 1943 gli alleati sbarcano in Sicilia senza incontrare troppa resistenza. I tedeschi, infatti, erano in numero insufficiente mentre l’esercito italiano si trovava già in fase di smobilitazione. Il 3 settembre, con i primi sbarchi in Calabria, inizia l’invasione dell’Italia continentale. Il 9 settembre gli inglesi approdano a Taranto e gli americani a Salerno. Sembrerebbe una marcia trionfale, senza ostacoli, con gli italiani ormai fuori gioco (l’8 settembre il maresciallo Badoglio aveva sancito la resa del Regio Esercito) e con i tedeschi che cercano di contenere, senza dannarsi troppo l’anima, l’incedere alleato. Poi, però, si giunge nella piana di Cassino, all’ombra dell’antico cenobio benedettino, nel cuore della Linea Gustav. E qui per gli anglo-americani iniziano i guai. L’avanzata si arresta e per lunghi mesi il fronte staziona in questo ameno angolo di Lazio meridionale. Pochi reparti tedeschi, giovandosi delle fortificazioni e della conformazione del territorio, riescono a frenare un’armata ridondante di uomini e di mezzi. E ad infliggere dure perdite al nemico. Tra il 20 e il 22 gennaio del 1944, a Sant’Angelo in Theodice, piccolo borgo nei pressi di Cassino, i soldati del 15° Panzer Grenadier, in un feroce combattimento sulla riva del fiume Rapido, distruggono un’intera divisione texana. Più di 2.000 le vittime, un vero disastro, uno dei più gravi mai subiti dall’esercito statunitense. Per cercare di eliminare l’impasse il 22 gennaio gli alleati sbarcano ad Anzio. Lo scopo è quello di chiudere l’esercito tedesco attestato sulla Linea Gustav in una morsa inesorabile. La manovra, però, pur ben congegnata, non riesce. Gli anglo-americani, infatti, non si schiodano dal bagnasciuga laziale lasciando, di fatto, le cose inalterate. Ci vuole qualcosa di grosso, un’idea geniale capace di sovvertire la situazione. Ed è così che qualcuno in seno all’alto comando alleato pensa bene di distruggere dalle fondamenta la millenaria abbazia di Montecassino. In tal modo si sarebbe piegata l’accanita resistenza delle truppe germaniche imperniata proprio su quel possente baluardo. Dimenticando, però, un aspetto fondamentale: nel monastero non vi sono tedeschi ma soltanto alcune centinaia di profughi che lì tra i monaci hanno trovato rifugio. Un particolare, questo, che il comando alleato conosce perfettamente ma che, nel momento cruciale, preferisce ignorare. Si giunge così alla mattina di quel drammatico 15 febbraio 1944. A partire dalle 9.45 e fino alle prime ore del pomeriggio, 250 aerei statunitensi, in ripetute ondate, sganciano sul monastero più di 500 tonnellate di bombe (2500 tra ordigni e proiettili incendiari) riducendolo in un ammasso informe di rovine. Moltissime le vittime tra gli sfollati. Qualcuno parla di oltre 400 morti tra cui parecchie donne e bambini. Sotto il devastante bombardamento non perde la vita nessun soldato tedesco per il semplice fatto che essi non si trovano all’interno del cenobio. Quella degli alleati, quindi, si rivela un’azione assolutamente inutile. E, per giunta, anche dannosa. In poche ore la cecità di un pugno di militari stolti e criminali riesce a distruggere ciò che per tanti secoli era stato un faro di civiltà, spiritualità e cultura. E ciò nel tentativo di colpire un manipolo di tedeschi abbarbicati sulle balze della montagna che mai hanno osato oltrepassare la soglia del monastero. La stessa inconcepibile stoltezza che porta gli alleati, esattamente un mese dopo (15 marzo 1944), a seppellire sotto un nugolo di bombe (1200 tonnellate di ordigni) la sottostante città di Cassino. Di quello che una volta era un grazioso e popoloso centro non resta che un cumulo indistinto di pietre e di macerie. Ma perché tutto ciò? Era proprio indispensabile giungere a tanto? I primi anni che seguono la conclusione del conflitto sono caratterizzati da un silenzio assordante. Dopo, però, accantonati i drammi individuali e collettivi, da più parti iniziano a manifestarsi dubbi e perplessità sull'azione degli alleati. Fino a giungere ai giorni nostri quando possente si alza la condanna per tali operazioni caratterizzate da un’indecente miopia strategica, se proprio si vuole essere gentili verso chi si è reso responsabile di tale comportamento criminoso. E Rick Atkinson non è che l’ultimo di una serie interminabile. Le distruzioni di Montecassino e di Cassino, infatti, lungi dall’accorciare la durata delle ostilità, l’hanno notevolmente prolungata. I parà tedeschi, infatti, s’insediano subito nelle macerie e nelle voragini scavate dalle bombe, trasformandole in rifugi naturali inespugnabili. Ecco perché pochi soldati riescono a bloccare a Cassino un’intera armata che proprio a causa del terreno accidentato non può dispiegare il suo enorme potenziale bellico, in primis i mezzi corazzati. Una distruzione inutile, quindi, quella di Cassino e dell’abbazia “sulla vetta del monte”, un misfatto aberrante, un insulto alla civiltà. Neanche i barbari o i saraceni erano riusciti a fare altrettanto. Il generale Mark Clark, comandante operativo sul fronte di Cassino, in un suo diario così scrive: “E’ davvero un peccato distruggere senza che ce ne sia necessità uno dei capolavori artistici del mondo”. A conferma, qualora ce ne sia bisogno, che anche il comando alleato ha ben chiaro il quadro della situazione. Non è “necessario” distruggere l’abbazia. E, invece, Montecassino viene polverizzata. Tanto, alla fine, ancora una volta, sarebbe stato agevole attribuire la colpa ai tedeschi che, non rispettando le regole, si sono introdotti nel monastero. Un’altra colossale bugia che, però, almeno questa volta, non è riuscita a passare. E un segnale forte in tal senso lo dà l’abate don Gregorio Diamare che sdegnosamente rifiuta l’elemosina di 200.000 lire che il generale Clark vuole offrire come contributo personale alla ricostruzione del monastero. Ma torniamo un attimo indietro. Cosa trattiene così a lungo (dall’autunno del 1943 alla primavera inoltrata del 1944) il poderoso esercito alleato a Cassino? Per quale misterioso motivo le truppe anglo-americane continuano a sbattere il muso contro i baluardi della Linea Gustav quando avrebbero potuto facilmente aggirare l’ostacolo? E perché una volta sbarcati ad Anzio non si è proceduto rapidamente verso sud per neutralizzare l’esercito tedesco? Tutti interrogativi destinati a rimanere senza risposta. Anche se non ha più senso, ormai, parlare d’incapacità, di errori di calcolo, d’imperizia tattica e di altre dabbenaggini del genere. La mattanza di Cassino è stata fortemente voluta, studiata a tavolino, vagliata, analizzata e, infine, messa in pratica con fredda e cinica determinazione da quegli anglo-americani venuti in Italia per “liberarci” dalla presenza dell’oppressore nazista. Il quale, ad onor del vero, fino all’8 settembre del 1943, era nostro alleato in guerra. Un errore gravissimo, colossale che ha inferto a un territorio ferite profonde che, in molti casi, ancora non si sono rimarginate. Ferite che dopo le distruzioni e la morte di tante persone innocenti, si sono materializzate nelle violenze bestiali delle truppe di colore e nel dramma infinito della malaria. Eventi nefasti, perniciosi che tante piaghe profonde hanno inferto nell’animo e nel corpo di persone già così prostrate dall’immane bufera bellica. Due parole, infine, sulla conclusione della sciagurata campagna d’Italia. Dopo essere entrati in Roma nel giugno del 1944 le truppe alleate si preparano a risalire verso nord. Anche questa volta, però, si procede a rilento tanto che la Linea Gotica viene superata soltanto nella primavera del 1945. Da quel 10 luglio del 1943, giorno dello sbarco in Sicilia, sono passati più di venti mesi. Un lasso di tempo interminabile, lunghissimo. Si volevano, forse, tenere “in allenamento” le truppe fino allo sbarco di Normandia (giugno 1944)? Oppure si dovevano riversare sul territorio italiano quel milione e passa di soldati rimasti “disoccupati” dopo la fine della campagna d’Africa? Per questo si è deciso di aprire in Italia un fronte che l’alto comando alleato ha sempre considerato secondario e marginale? Tutti interrogativi che non spostano di un millimetro la questione. Quella italiana è stata una campagna inutile e dannosa che ha partorito il solo risultato di gettare il nostro paese nella disperazione più nera. Così come inutile e criminale è stata la distruzione del monastero di Montecassino. E pensare che sono ancora in tanti quelli che continuano ad osannare le virtù dei cosiddetti “liberatori”