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I morti “dimenticati” della battaglia di Roma

22 gennaio 1944: il giorno dello sbarco di Anzio. Centomila soldati del VI corpo d'armata Usa al comando del generale Lucas, con un imponente apparato di veicoli ruotati e cingolati, si materializzarono all’improvviso in diversi punti della costa laziale da Tor San Lorenzo, oggi comune di Ardea, fino a Torre Astura, in quel di Nettuno, a soli 50 km da Roma.

Duplice l’intento di quella che in codice venne chiamata “Operazione Shingle”: prendere alle spalle i tedeschi che resistevano a Cassino, al riparo della Linea Gustav, costringendoli a ripiegare verso il nord della Penisola, e impadronirsi della Città Eterna. Un piano ben congegnato che aveva ottime probabilità di successo. Considerando, poi, il fattore sorpresa e la palese sproporzione delle forze in campo, la strada sembrava decisamente in discesa. E invece le cose non andarono proprio così. Superato il momento di sbandamento iniziale i tedeschi riuscirono a mettere in piedi un corpo d’armata, il 14°, affidato a Von Mackensen, dove confluirono anche alcuni reparti militari della Rsi provenienti dal nord quali i paracadutisti della Folgore e Nembo, i fanti di marina del Barbarigo, la legione d’assalto delle SS italiane, il battaglione M “IX settembre”, unità della X flottiglia Mas e il gruppo di aerosiluranti “Capitano Faggioni”. Accolti con sospetto da chi non aveva dimenticato il tradimento di Badoglio e del re sabaudo, questi reparti, molti dei quali appena costituiti, seppero conquistare, grazie al loro valore, la stima e l’ammirazione dei tedeschi che andavano all’assalto delle postazioni nemiche lanciando il grido di battaglia della Nembo. La truppa di Von Mackensen, poco numerosa, composita ma assai motivata, riuscì a bloccare qualsiasi tentativo di avanzata anglo-americana in direzione di Roma. Il generale Lucas, non riuscendo a muoversi dal bagnasciuga, prese a consolidare la testa di ponte, suscitando le ire dell’alto comando che voleva sbloccare a tutti i costi l’impasse. Ai primi di febbraio i tedeschi produssero un furioso contrattacco che andò avanti per una ventina di giorni. Il VI corpo d'armata fu messo più volte a mal partito e rischiò di essere rigettato a mare. Soltanto la penuria di mezzi e i cannoneggiamenti incessanti delle navi anglo-americane riuscì ad evitare il peggio. Verso la fine del mese, esauritasi la veemenza del contrattacco, la situazione entrò in una fase di stallo. Nel frattempo, nel campo alleato, il generale Lucas era stato sostituito nel comando dal più energico pari grado Truscott. La situazione, però, non si modificò di molto e tra i tentativi anglo-americani di penetrare verso l’interno e l’accanita resistenza italo-tedesca che stroncava sul nascere ogni progresso, si giunse alla fine di maggio. E chissà per quanto tempo ancora le cose sarebbero rimaste immutate se, nel frattempo, non fosse sopraggiunto il crollo della Linea Gustav in quel di Cassino. Ora i tedeschi rischiavano di rimanere chiusi in una sacca dalla quale sarebbe risultato molto problematico venire fuori. Per evitare ciò presero a ritirarsi verso nord, tentando di ritardare il più possibile l’avanzata degli alleati. Il fronte di Anzio, a questo punto, non aveva più ragione di esistere. E così anche qui iniziò il disimpegno dei reparti germanici. Agli italiani, invece, fu affidato il delicato compito di proteggere la ritirata. Un compito che i nostri soldati svolsero in maniera impeccabile andando incontro a un copioso bagno di sangue. Furono proprio i marò del Barbarigo che nella tarda mattinata del 4 giugno 1944 per ultimi abbandonarono Roma, con i caccia americani che li mitragliavano a bassa quota mentre percorrevano la via Flaminia. Poche ore dopo entravano in città i primi plotoni alleati accolti con giubilo dalla popolazione capitolina festante. Quella stessa gente che poco prima aveva ricoperto d’insulti i nostri soldati che pure avevano combattuto e dato la vita per proteggere Roma e i suoi ignari abitanti. Tanti gli italiani che morirono in quella che è passata alla storia come la battaglia in difesa di Roma. Soldati dimenticati, di serie B, indegni di essere ricordati come valorosi combattenti. Eppure, in quel momento così difficile, essi avevano scelto di difendere l’onore della nazione italiana. Un onore oltraggiato e vilipeso da chi aveva fatto altre scelte. Fin dal dopoguerra ci fu qualcuno che volle ricordare l’eroico sacrificio di quei valorosi ragazzi. Furono innalzati alcuni cippi ricordo come quello di Borgo Podgora (Latina) dedicato ad Aldo Bormida, il primo caduto italiano sul fronte Anzio-Nettuno. E ancora il cippo di Campoverde e la lapide al fosso dell’Acqua Bona, nel comune di Ardea. Mancava, però, un qualcosa di organico, di più consistente, una struttura che potesse perpetuare nel migliore dei modi la memoria di tali eventi. Un cimitero militare dedicato ai caduti della Repubblica Sociale Italiana in terra pontina. Inutile sperare in un’iniziativa dello Stato. Di quello Stato che ha sempre considerato, e continua a farlo, la parentesi repubblichina dannosa, sbagliata e causa di profonde lacerazioni. Nel 1993, grazie all’impegno di alcuni reduci della X Mas, a Nettuno, in via Rocca Priora, traversa di via dei Frati, fu allestito il “Campo della Memoria”. Tante le resistenze, innumerevoli gli ostacoli, palesi gli ostracismi ma, alla fine, l’idea di dare una degna sepoltura a quei soldati coraggiosi, è diventata realtà. Nel 2000 quella struttura è stata formalmente ceduta ad “OnorCaduti”, trasformandosi in cimitero militare. E qui, ogni anno, il 25 aprile, mentre altrove, in un tripudio di falci e martelli, sventolano le bandiere rosse, si tiene una semplice ma toccante cerimonia commemorativa che vuole ricordare chi, con adamantina coerenza, ha offerto la propria vita alla Patria ottenendo in cambio odio e profondo disprezzo. Un’altra grave ingiustizia della nostra storia patria che va assolutamente sanata.