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Le violenze dei marocchini nel Lazio meridionale

Qualche anno fa a Cassino, nel corso di un convegno sulle vicende dell’ultimo conflitto bellico, Ahmid Benhraalate, presidente della “Union National del Anciens Combatents Marocains”, ha riconosciuto le responsabilità dei soldati marocchini per le inaudite violenze perpetrate sulle genti del Lazio meridionale nel maggio del 1944. Responsabilità che la Francia (le truppe di colore erano inquadrate nel Cef, il Corpo di Spedizione Francese) continua tetragona a disconoscere.

Si è trattato di un atto di coraggio, sia pure tardivo, che ha avuto il suo momento più elevato quando Benhraalate ha chiesto scusa al popolo italiano. La cosa è passata praticamente inosservata sui nostri organi di informazione ormai sempre più omologati e riottosi a dedicare un po’ di spazio a notizie che esulano dalla cronaca spicciola. E il dramma delle “marocchinate” è proprio una di queste, anche se negli ultimi tempi la vicenda sembra essere tornata d’attualità. Tutto ebbe inizio quando, non riuscendo a venire a capo della resistenza tedesca nella piana di Cassino, nella primavera del 1944, il comando alleato decise di affidare al generale Juin il compito di aggirare la Linea Gustav. Qualcuno asserisce che l’ufficiale francese, il quale aveva ai suoi ordini 12 mila “goumiers” marocchini, algerini e tunisini molto abili nella guerra di montagna, prima di accettare l’incarico, abbia chiesto per i suoi uomini tre giorni di “carta bianca”. Il comando anglo-americano gliene accordò due, anzi, per l'esattezza, cinquanta ore. E così Juin, prima di dare il via all’offensiva, diramò il seguente proclama: “Soldati. Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori al mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che vorrete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”. Tale ricostruzione, in realtà, non trova supporto nelle fonti. Ma l’andamento dei fatti si dimostrò ancora più drammatico di quanto scritto in quel fantomatico proclama. L’attacco cominciò il 12 maggio e fu subito coronato da successo. I tedeschi, per non rimanere accerchiati, si ritirarono verso Roma lasciando campo libero alle truppe di colore. I rudi soldati africani, con tanto di turbante, mantello e scimitarra, poterono sfogare i loro istinti più bestiali. Il Lazio meridionale si trasformò in terra di conquista. Un’orda selvaggia sciamò indisturbata per le campagne e per i centri abitati alla frenetica ricerca di donne e di cibo. Quei soldati avevano stravinto la battaglia e ora volevano la ricompensa. Alla fine il bilancio fu gravissimo. Una stima verosimile parla di 2 mila donne stuprate e 600 uomini sodomizzati. Esperia, Monticelli, Ausonia, Lenola, Pico, Pastena, Castro dei Volsci, Vallecorsa e Amaseno furono i centri più colpiti. Poche donne riuscirono a scamparla. Molte furono violentate anche dieci volte nel corso della stessa giornata. Alcune di esse persero la vita, altre finirono per impazzire. I soldati di colore non risparmiarono né anziane né bambine. Gli uomini che tentarono di difendere l’onore delle proprie mogli, figlie o sorelle, furono uccisi sul posto oppure sottoposti a patimenti inenarrabili. Don Alberto Terilli, parroco di Esperia, aveva tentato di nascondere alcune donne nella sagrestia. Tutto, però, risultò vano. I marocchini stanarono le poverette e le violentarono. Quindi portarono il sacerdote nella piazza e lì lo sodomizzarono a ripetizione. Qualche tempo dopo, consumato dal dolore e dalla vergogna, passò a miglior vita. Tante le vicende collegate a questa pagina triste e oltraggiosa. Come quella di due sorelle che furono violentate da più di 200 uomini: l’una morì, l’altra diventò pazza e fu rinchiusa in un manicomio. “Arrivarono quelle bestie con i fucili spianati, immobilizzarono gli uomini sparando dei colpi per terrorizzarli, poi, mentre alcuni li tenevano fermi con le baionette alla gola, pugni e schiaffi, calci e spintoni, davano inizio alla violenza. Poveri chi ci capitava... Purtroppo anche qui una nota del tutto particolare: chi fu veramente violentata lo ha taciuto per pudore; invece molte di quelle che non lo furono, fecero domanda di pensione”: così ricorda Antonio Colicci di Pontecorvo che all'epoca aveva soltanto 12 anni. Un dramma nel dramma dunque: la vergogna di tante donne che, subìta la bestiale violenza, per pudore, hanno preferito tenerla celata. Si racconta che a Pico furono presi tre giovani, un maschio e due femmine. La madre morì poco dopo di crepacuore. I figli, invece, sopravvissero nascondendo per sempre ciò che avevano patito. Subito dopo la guerra, in quei paesi quando una donna ingrassava e poi dimagriva in breve lasso di tempo, si diceva: “Quella l’hanno presa i marocchini”. Non mancarono storie di eroismo, ormai perse nell’oblio. A Esperia si trovava sfollata una famiglia di Pontecorvo. Con essa vi era una prostituta non più giovanissima ma ancora piacente. Quando vide arrivare quelle bestie, invece di scappare, si fece loro incontro offrendo le sue grazie. Ciò consentì alle nipoti di farla franca. Tanti altri gli episodi che si potrebbero raccontare. La sostanza, però, con cambia di molto. Le violenze marocchine nei paesi del Lazio meridionale restano una pagina orribile, agghiacciante, drammatica quanto poco conosciuta. E non solo perché molti dei testimoni di quello scempio oggi non sono più in vita. La materia sembra quasi scottare. Di essa non si parla molto volentieri. La gente prova vergogna a parlare di quei fatti. Come se la colpa di quelle violenze, in parte, sia stata anche la loro. E non di chi sguinzagliò quella feroce ciurma di tagliagole assetati di sangue, di carne fresca e di bottino (a proposito, che fine fece il generale Juin? Invece di essere spedito davanti alla corte marziale, come meritava, le cose per lui presero tutt’altra piega. Non solo non fu punito ma addirittura premiato. Già capo di stato maggiore della difesa nazionale, fu nominato, nel 1952, maresciallo di Francia, per poi avere il comando delle forze Nato per il centro Europa. Gli stupri dei marocchini, insomma, gli fecero fare carriera). Del resto chi avrebbe mai prestato loro ascolto? Era povera gente, semplice, umile, abituata a chinare la testa e ad ammazzarsi di fatica nei campi. Sull’altra sponda, invece, c’erano loro, i “liberatori”, quelli venuti da terre lontane per aiutare il derelitto popolo italico a recidere il soffocante cappio del fascismo. Di fronte ai “liberatori” non si poteva far altro che inchinarsi e ringraziare il Signore per averli mandati. Certo, poi, tra i “liberatori” giunsero anche i rozzi e famelici montanari dell’Atlante. Ma questo, alla fin fine, fu solo un piccolo e insignificante incidente di percorso. Modesto ma inevitabile sacrificio sulla luminosa strada della normalizzazione e della libertà. Chissà se qualcuno troverà mai il coraggio di raccontarlo a quelle povere genti…