Anche le belle iniziative a volte ritornano
Era da parecchio tempo che ci stavo pensando ma non riuscivo a trovare lo stimolo giusto per ripartire. Poi qualche giorno fa, mentre mi trovavo nel ripostiglio di casa per una mera incombenza domestica, una di quelle che non mi fanno di certo impazzire dalla gioia (posso svelare senza problemi l’arcano: stavo imbottigliando l’olio), chissà come mai mi è caduto l’occhio su un mucchio di vecchi giornali che seguivano un preciso ordine cronologico. Allora, messa da parte la bottiglia e l’imbuto (forse, in realtà, non aspettavo altro...), mi sono seduto su di uno sgabello e ho cominciato a sfogliare quei giornali. Giunto proprio al centro di uno di essi, ho capito il motivo per cui li avevo così accuratamente messi da parte: perché contenevano un inserto culturale, La Cantina, al quale sono molto affezionato, per esserne stato per lungo tempo il responsabile. Quattro pagine di giornale piene di articoli, alle quali collaboravano le migliori menti della nostra terra. Per un istante sono stato sopraffatto dai ricordi e dal pensiero di tanti cari amici che non ci sono più. E’ stato, però, solo un attimo: quello, infatti, è stato lo spunto decisivo per sconfiggere la mia apatia. E così eccomi a presentare questo nuovo progetto culturale che ho voluto chiamare Storia & Storie, con la speranza di poter riprendere quel discorso che si era interrotto tanto tempo fa con la chiusura de La Cantina. Quindi porte aperte, anzi spalancate, a chi volesse collaborare. Certo non ci sarà più il caratteristico odore della carta stampata né il lieve fruscio che accompagna la girata delle pagine. Ma i tempi cambiano e bisogna accontentarsi. Per cui carissimi, ogni venerdì, provvederò a diffondere questo nuovo foglio, sperando così di poter riallacciare quel filo che ha tenuto unite tante idee e tante persone. Allora vi aspetto. E non siate timidi. A volte anche le belle iniziative ritornano. Fernando Riccardi
Lo schiaffo di Casamari di Fernando Riccardi
Quante volte sui libri di storia abbiamo letto del famoso “schiaffo di Anagni”? Era il 7 settembre del 1303 e Giacomo Colonna, detto “Sciarra”, colpì il papa Bonifacio VIII che si trovava nella cattedrale, con un sonoro ceffone. Andarono veramente così le cose? Difficile dirlo. Forse non si trattò di un oltraggio fisico quanto morale, tendente a sminuire il ruolo del romano pontefice. Ad ogni modo la vulgata ha molto calcato la mano su questo fatto clamoroso che per tutti rimane lo “schiaffo di Anagni”. Noi, però, vogliamo parlare di un altro schiaffo, di uno schiaffo vero, sul quale non esistono dubbi di sorta, ma che in pochi conoscono, pur appartenendo ad un’epoca a noi molto più vicina. Nel corso del travagliato decennio postunitario (1860-1870) l’abbazia cistercense di Casamari, pur trovandosi all’interno dello Stato Pontificio, nel territorio del comune di Veroli, fu costretta a subire pesanti e ingiustificati oltraggi da parte delle truppe piemontesi prima (gennaio 1861) e dai garibaldini qualche anno dopo (ottobre 1867). Ed è proprio quest’ultima vicenda, non proprio edificante, che intendo ricostruire, affidandomi alle parole dell’archivista, padre Luca Molignini. “Un’altra invasione Casamari la subì il 26 ottobre 1867 ad opera di circa 1.300 soldati garibaldini, guidati dal generale Nicotera. Al loro arrivo, l’abate (Michelangelo Gallucci), intimorito da tanta baldanza, riunì la Comunità in coro per la recita del rosario. Presentatisi in chiesa, il Nicotera intimò l’interruzione della preghiera e un ufficiale, dopo aver chiesto chi fosse l’abate, gli si avvicinò e lo colpì con uno schiaffo. Subito dopo, i circa quaranta monaci furono rinchiusi nell’appartamento abbaziale mentre i soldati, dopo essersi fatti consegnare tutte le chiavi, rovistarono ogni angolo del monastero e lo saccheggiarono, penetrarono nelle cantine e si ubriacarono “a guisa di animali immondi”. Il cronista, per nulla reticente a descrivere ogni particolare, questa volta consegna al silenzio gli orrori perpetrati da quei soldati: “Taccio dal narrare le lordure delle quali riempirono celle e corridoi; taccio lo spezzamento del basso rilievo rappresentante Pio IX situato nel salone, fatto a colpi di baionetta e lordato a modi di vandali”. Uno dei monaci, fr. Clemente Fattorini, volle far valere le sue ragioni contro la prepotenza di quei soldati, ma un ufficiale, dopo avergli intimato il silenzio, lo colpì con uno schiaffo. Il dì seguente, i soldati si portarono, insieme a cinque religiosi, nella vicina grangia dell’Antera dove si impossessarono di quanto poteva esser loro utile. Non avendo avuto cibo a sufficienza, sette di loro, in compagnia di un converso che riuscì poi a dileguarsi, fecero ritorno a Casamari per prendere e portare all’Antera altre vettovaglie; senonché, durante il tragitto, li colse una pioggia battente. Arrivati a Casamari i suddetti soldati non esitarono a strappare di dosso i vestiti dei monaci e a servirsi di quanto trovarono nelle camere per asciugarsi e cambiarsi gli abiti; pretesero la consegna persino di 15 paoli che aveva in tasca l’abate insieme all’anello abbaziale che portava al dito! Come se ciò non fosse bastato, i soldati si macchiarono anche dell’omicidio di un soldato pontificio che stava trascorrendo a Casamari alcuni giorni di convalescenza. Compiuto quel che dovevano, i soldati garibaldini lasciarono finalmente Casamari, diretti a Roma, al grido di “Avanti, avanti, o giovinotti a Roma s’ha da andare o a forza o a buona voglia Roma s’ha da pigliare”. I garibaldini, quindi, si comportarono, in quell’occasione, e non solo, da veri predoni, “a guisa di animali immondi”, come commenta il cronista. In totale coerenza, del resto, con il loro capo, Giuseppe Garibaldi, il Peppino nazionale, che ardeva dal desiderio di prendere Roma per gettare nelle acque limacciose del Tevere quel “metro cubo di letame” di papa Pio IX. Come andò a finire il maldestro tentativo garibaldino d’impossessarsi di Roma? Decisamente male, come già era accaduto qualche anno prima all’Aspromonte. Garibaldi sperava che in città scoppiasse una rivolta popolare che avrebbe agevolato non poco la sua impresa. E invece non accadde niente di tutto ciò. Preso atto della situazione, al gran capo non restò altro da fare che marciare con i suoi volontari in direzione di Tivoli, dove avrebbe provveduto a sciogliere il contingente. Durante la marcia, però, fu intercettato nei pressi di Mentana dall’esercito pontificio al quale si era unito un battaglione di soldati francesi sbarcato pochi giorni prima a Civitavecchia, armati del nuovissimi fucili Chassepot, capaci di sparare dodici colpi al minuto, che a quel tempo era quasi fantascienza. I garibaldini furono duramente sconfitti e lasciarono sul terreno 150 morti (3 novembre 1867). E se il generale di rosso vestito fu costretto ad accusare un’altra cocente disfatta, lo Stato Pontificio, dal canto suo, si assicurava ancora tre anni di vita, prima del crollo definitivo.