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Da quattro diocesi a una soltanto. Quando la storia torna a ripetersi

Da quattro diocesi a una soltanto. Quando la storia torna a ripetersi

La vita delle diocesi esistenti nella parte più meridionale della regione laziale e, più precisamente, nell’estremo versante dell’attuale provincia di Frosinone, in quella che una volta, e fino al 1927, era l’alta Terra di Lavoro, è stata sempre molto travagliata. E la conferma che ciclicamente la storia torna a ripetersi, seguendo modalità molto simili, è data dal fatto che la diocesi di Montecassino è stata assorbita dalla limitrofa e più corposa realtà che fa capo al vescovo di Sora.

Niente di nuovo sotto il sole comunque. Situazioni del genere sono già state vissute, a dimostrazione che la famosa teoria “dei corsi e dei ricorsi storici”, elaborata tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700 dal geniale filosofo napoletano Giambattista Vico, ha ancora oggi una sua sorprendente fondatezza. Ma veniamo ai fatti. Fino al secondo ventennio del XVIII secolo nella media valle del Liri esistevano tre diocesi: quella di Aquino, quella di Pontecorvo e quella di Sora, senza tener conto della realtà abbaziale cassinese. Da tener presente che le tre circoscrizioni ecclesiastiche erano tutte fisicamente ricomprese nel Regno di Napoli: il confine con lo Stato Pontificio, infatti, era a Ceprano e seguiva, grosso modo, il corso sinuoso del fiume Liri. C’era, però, una curiosa anomalia: Pontecorvo, pur essendo incastonata nel regno napoletano, apparteneva (come pure Benevento) dal 1463 al papa. Era, per meglio dire, un possedimento “enclave” dello Stato Pontificio, una di quelle bizzarre situazioni che un tempo erano molto frequenti. A più riprese i Borbone tentarono di ristrutturare le diocesi nel loro regno, ipotizzandone una drastica riduzione, specialmente di quelle piccole e piccolissime. Ma la curia romana si era sempre opposta strenuamente alla cosa, vedendo nell’azione regia un’illecita ingerenza negli affari di competenza papalina. E lo stesso accadde durante il “decennio francese” (1806-1815) quando il meridione fu governato da Giuseppe Bonaparte prima (il fratello di Napoleone) e da Gioacchino Murat dopo (il cognato del grande còrso).

Il problema, però, continuava ad esistere e non si risolveva di certo continuando a mantenere una linea rigida. La qualcosa appariva chiara anche alle stesse autorità papaline. Non a caso nel 1725 fu proprio il papa Benedetto XIII ad unire d’imperio la diocesi di Pontecorvo “aeque principaliter” (ossia senza subordinazione) a quella di Aquino. Con il Congresso di Vienna e la successiva restaurazione, i Borbone, tornati a Napoli dopo la parentesi francese, e la Santa Sede, finalmente iniziarono a dialogare. Dopo lunghe ed estenuanti trattative tra il ministro napoletano Medici e il segretario di stato vaticano, cardinale Consalvi, si giunse ad un accordo, una sorta di concordato, in virtù del quale si decise di sopprimere alcune diocesi e di aggregare quelle minori. Soltanto in Sicilia si marciò controcorrente e le diocesi, anzi, vennero aumentate di numero, in quanto fu stimato che quelle esistenti esercitavano la loro giurisdizione su un territorio troppo ampio. Per quel che riguardava invece la parte continentale del Regno (al di qua del Faro, come era chiamata) si stabilì che le diocesi fossero 90, comprese le abbazie “nullius”, ossia Montecassino, Cava (dei Tirreni), Montevergine, San Nicola di Bari e l’arcipretura di Altamura. Il monastero cassinese, insomma, nel 1816 conservò la sua dignità vescovile, quella che oggi ha perso. Ma torniamo alle diocesi della media Valle del Liri. Il 27 giugno del 1818, con la bolla “De utiliori”, la diocesi di Aquino, che già aveva incorporato quella di Pontecorvo, veniva unita “aeque principaliter” a quella di Sora.

Nasceva così la nuova diocesi di Sora, Aquino e Pontecorvo, la cui giurisdizione si estendeva a 56 paesi con una popolazione di più di 80 mila abitanti. Naturalmente la cosa non fu accettata di buon grado. Il capitolo di Aquino inviò immediatamente una lunga memoria alla Santa Sede, in primis contestando l’accorpamento e poi rivendicando la titolarità della diocesi al posto di Sora. La memoria conteneva un lungo excursus storico nel quale, accanto all’elencazione dei tanti personaggi illustri, si poneva l’accento sulla vetustà della diocesi aquinate le cui origini si fanno risalire al V secolo dopo Cristo. Ma la protesta non ottenne gli effetti sperati e la diocesi tripolare diventò una realtà che ha resistito per tanto tempo. Per la cronaca il primo vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo fu l’amalfitano Andrea Lucibello (1819). E così da tre che erano le diocesi diventarono una sola.

E ciò fino a una decina d’anni fa: il 23 ottobre 2014, infatti, con la bolla “Contemplationi faventes”, papa Francesco ha dato applicazione al motu proprio di papa Paolo VI  “Catholica Ecclesia” (23 ottobre 1976), che prevedeva la riduzione del territorio dell’abbazia territoriale di Montecassino alla sola chiesa abbaziale e al monastero, con le immediate pertinenze. In particolare disponeva: “Alla nuova configurazione territoriale della circoscrizione ecclesiastica Abbazia territoriale di Montecassino appartenga il territorio su cui sorgono la Chiesa Abbaziale ed il Monastero, con le immediate pertinenze. Alla diocesi di Sora, Aquino e Pontecorvo passino le 53 parrocchie con i fedeli, il clero secolare e religioso, le comunità religiose, i seminaristi. La diocesi di Sora, Aquino e Pontecorvo muti il proprio nome in quello di Sora, Cassino, Aquino e Pontecorvo”.

E così da quattro che erano, le diocesi sono state accorpate in una sola. La storia si è ripetuta insomma, secondo i dettami cari al grande filosofo napoletano. E questa volta, a differenza di quanto accadde nell’Ottocento, San Benedetto non è riuscito a fare il miracolo.

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