Quella lapide non s’ha da mettere. Un rigurgito inquisitoriale in piena epoca postmoderna
In quest’anno iniziato da qualche settimana, ricorre l’ottavo centenario della nascita di Tommaso d’Aquino (1225-2025), il Doctor Angelicus, il più dotto dei Santi.
Il papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Fides et Ratio”, pubblicata il 14 settembre del 1998, chiamò il nostro Tommaso “maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia”. Ho volutamente usato quell’aggettivo possessivo perché Tommaso è un figlio illustre della nostra terra, essendo venuto al mondo ottocento anni fa in quell’arcigno maniero sull’arida vetta del monte Asprano, di cui ancora oggi si possono scorgere i resti imponenti. In quella “Rocca” chiamata “Sicca” per la scarsa presenza d’acqua, che apparteneva ai conti d’Aquino, una nobile famiglia di origine longobarda. Una circostanza che non poteva passare inosservata. Specialmente in quel di Roccasecca. E infatti, in occasione della festa di San Tommaso, che nella nostra diocesi si celebra il 7 marzo, data della sua morte in una piccola cella dell’abbazia di Fossanova (1274), tanto è stato fatto.
Mi piace ricordare l’inaugurazione della “Via della Filosofia Tomistica”, un percorso corredato da una trentina di pannelli in corten, contenenti alcuni significativi pensieri del nostro teologo, estrapolati dalle sue numerosissime opere, che attraversa tutto il borgo Castello, fino a giungere alla chiesetta adagiata sulle falde del monte, la prima al mondo dedicata all’Angelico Dottore.
In questa magica atmosfera di festa e di letizia per la storica ricorrenza, la piccola comunità del borgo Castello, là dove ancora oggi tutto riporta ai secoli dell’età di mezzo, aveva pensato bene di affiggere sulla facciata della chiesa della Santissima Annunziata, una piccola lapide per ricordare lo storico evento. Esattamente come aveva fatto cent’anni prima (anzi, ad onor del vero, nel 1926, come si legge sulla lastra marmorea) la stessa comunità parrocchiale, guidata dall’arciprete monsignor Michele Delli Colli. Un’iniziativa semplice ma significativa che lasciava ai posteri una testimonianza di cotanto evento. Informato il parroco della cosa (era il mese di ottobre dell’anno scorso), alcuni volenterosi si mettevano in azione e raccoglievano offerte tra i parrocchiani per fare fronte alle spese. Quindi s’incaricava un tecnico di approntare la pratica, chiedendo le necessarie autorizzazioni al Comune e alla Soprintendenza che non tardavano ad arrivare. Alla fine, dopo un rapido consulto, si decideva il testo da affiggere sulla lapide che era il seguente: “Nell’ottocentesimo anniversario / della nascita su questo sacro monte di / San Tommaso d’Aquino / la Comunità Parrocchiale del Castello ricorda. / Roccasecca 1225/2025”. Un testo fatto di poche parole che andava a ricalcare quasi alla lettera quello di cent’anni prima. Si raggiungeva persino l’accordo con i sacerdoti sul giorno del posizionamento che avrebbe dovuto essere la mattina del 7 marzo, giorno della festa solenne. A quel punto il comitato civico spontaneo, provvedeva a far incidere la lapide e si preparava a farla affiggere sulla facciata della chiesa. Ad una decina di giorni dal 7 marzo, però, ecco arrivare imprevisto lo stop da parte della Curia Vescovile di Sora. E qual era il motivo? La mancanza di autorizzazione da parte della Curia stessa che non era stata preventivamente informata. A quel punto il tecnico che aveva redatto la pratica si precipita a contattare la Curia e si viene a sapere che la frenata era arrivata da parte del responsabile diocesano dell’ufficio arte sacra e beni culturali che, tra le altre cose, è anche il parroco della chiesa dell’Assunta di Roccasecca Scalo. In parole povere da Sora s’invita il tecnico a trattare la questione con il responsabile di quell’ufficio. Intanto si avvicinava il giorno della festa e la questione restava sospesa né si avevano notizie, il che faceva aumentare non poco il malumore della comunità che non riusciva a capire il perché di quell’improvviso dietrofront. Ma, ciò malgrado, i giorni passavano veloci e tra, un rinvio e l’altro della decisione, non si avevano notizie certe. Fino a quando il parroco della chiesa del Castello, non senza imbarazzo, comunicava ufficialmente (ho ancora il messaggio whatsapp sul telefonino), dopo un incontro tenutosi tra il vescovo di Sora, il vicario generale e monsignor Valente, il responsabile dell’ufficio di cui sopra, che la lapide non poteva essere affissa. Se ne riparlerà, nel caso, alla fine dell’anno, ed essa ricorderà non soltanto l’VIII centenario della nascita ma anche la fine del triennio tomistico (2023-2025). Non solo: il testo da scrivere sulla lapide dovrà essere concordato obbligatoriamente con la Curia. Tutto questo è stato reso noto, dopo un mortificante rimpallo di responsabilità, il pomeriggio di lunedì 3 marzo scorso, quattro giorni prima della festa. Questo, in rapida sintesi, il racconto di una telenovela che sembra richiamare un mondo passato che ormai, per fortuna, non esiste più. Sembra quasi di essere tornati al tempo in cui, prima di pubblicare un libro, occorreva l’imprimatur dell’autorità ecclesiastica e chi si permetteva di infrangere questa norma veniva punito con la scomunica. Una cosa incredibile, alla quale mai avrei pensato di assistere nell’anno del Signore 2025. Ma perché i parrocchiani e gli abitanti del borgo Castello sono stati sottoposti a questa ingiusta umiliazione? Soltanto perché avevano pensato bene di immortalare in una lapide l’ottavo centenario del loro illustre concittadino, cosa che peraltro, era giù stata fatta senza alcun problema nel 1926? Cose da pazzi e incomprensibili, soprattutto. A meno che non si voglia andare più avanti con il ragionamento. Negli ultimi anni, specialmente in ambienti molto vicini alla curia sorana, si è iniziata a diffondere una strana teoria: non importa tanto il luogo fisico dove è venuto alla luce San Tommaso ma il fatto che egli è un figlio di questa terra, della nobile contea d’Aquino. Un ritornello che si è sentito risuonare più volte quest’anno, anche nelle novene di preparazione alla festa da parte dei sacerdoti che, evidentemente, erano stati debitamente catechizzati. Ma si può accettare una cosa del genere? Dobbiamo forse occultare il luogo di nascita dell’Angelico Dottore per consentire ad un’assurda teoria generalista (peraltro sbagliata anche storicamente ma non è questo il luogo per parlarne) di prendere piede e di attecchire sempre di più? Dobbiamo vergognarci, forse, noi di Roccasecca di vantare un concittadino così illustre venuto alla luce in quel castello sulla vetta del monte? Da tutto il mondo vengono a Roccasecca per mettersi sulla strada che ha percorso San Tommaso, per camminare su quelle pietre che ancora recano impresse le sue orme, per respirare quell’aria che ha ispirato e fecondato il suo superiore intelletto. Per cui, per quel che mi riguarda e per quanto mi sarà possibile, continuerò a difendere con i denti e con le unghie questo primato che nostro Signore ci ha concesso e, soprattutto, non mi vergognerò mai di dirlo in ogni occasione, sia essa pubblica che privata. Come ho sempre fatto, del resto. Anche perché mi tornano di continuo alla mente le parole che papa Paolo VI pronunciò il 14 settembre del 1974, in una tiepida sera di cinquant’anni fa, rivolgendosi alla folla straripante accalcata su via Roma: “Io sono felice di essere tra voi. Tra voi che avete dato la patria, i natali a S. Tommaso d’Aquino. E mi rallegro, carissimi, di vedere quanto voi siete sensibili a questo ricordo e a questo patrimonio che la storia ha dato alla vostra città, di avere l’onore e la fortuna, e, guardate, la responsabilità di avere la patria di un Santo così grande, di un Dottore così celebre, di un cittadino del mondo così illustre. Ebbene, ebbene, guardiamo di raccoglierne l’eredità”. Io quella sera c’ero, avevo 15 anni, e per la prima volta mi sono sentito orgoglioso di essere nato a Roccasecca e di essere concittadino di San Tommaso. E per questo, forse, avverto l’onore ma anche la responsabilità che da tutto ciò deriva. Proprio come quella piccola comunità parrocchiale del Castello che voleva soltanto ricordare il suo figlio più illustre ad 800 anni dalla nascita con un gesto semplice ma significativo e che è stata mortificata da un assurdo rigurgito inquisitoriale. Cose dell’altro mondo. Anzi no, di questo mondo e di questa epoca, purtroppo. E, a ben vedere, è proprio questo l’aspetto più preoccupante.
Fernando Riccardi
Caro Fernando, abbiamo vissuto un'avventura surreale per il semplice fatto di voler ribadire che San Tommaso è nato a Roccasecca. Ma pare che non si possa dire e questi novelli torcquemada, volutamente indicati con la lettera minuscola per meglio chiarire il comportamento minuscolo assunto, hanno fatto come quei bambini che, incapaci di utilizzarlo, scarsi si dice in gergo tecnico, portano via il pallone perché di loro proprietà e si limitano a dire: non si gioca più.
Noi volevamo semplicemente onorare il Santo, perché anche le pietre sono importanti.
Loro, invece, cosa hanno dimostrato impedendo un piccolo gesto di fede e di rispetto, tra l'altro contrario a tutto quello che ha affermato e insegnato il Dottore Angelico? Semplice: hanno dimostrato che l'abito non fa il Monaco e soprattutto hanno reso evidente a quei pochi che ancora non l'hanno capito che del nostro concittadino conoscono veramente poco o niente.
Per non aggiungere altro e rischiare di apparire per quello che non siamo, né vogliamo essere.
Consapevole che mai metteranno la museruola alla verità, ti saluto con stima e affetto e aggiungo la soddisfazione di una piccola rivincita, forse giunta proprio dall'alto: chi di pietra negata ferisce, di sedia vuota perisce...
Pompeo Di Fazio